Francesco Totti: l’eterno capitano

Francesco Totti

“Dicono che è stato un mio limite il non aver mai cambiato squadra. In realtà era il mio sogno fin da bambino. Qui si vince poco ma è stata una scelta. Una scelta d’amore…”

Sì, perché la sua è stata una “scelta”, condivisibile o criticabile, palesemente dettata da quell’amore viscerale, che lo ha sempre legato alla città eterna. Questo si ha l’obbligo morale di riconoscerglielo.
Ha realizzato prodezze incantevoli, trascinato a volte da solo una squadra e una comunità, ma è uscito spesso sconfitto.
Ha sfiorato ripetutamente il successo, ma raramente l’ha raggiunto.
Non per suoi demeriti, come vorrebbe il cinismo di chi divide il mondo tra vincenti e perdenti. Perché lui ha vinto la Scarpa d’oro, si è reinventato come centravanti nella prima Roma di Spalletti e in quel ruolo si è caricato la Roma sulle spalle per anni.
Tre volte ha visto svanire lo scudetto all’ultima giornata, spesso dopo rimonte straordinarie, per ben dieci volte è arrivato secondo in classifica. “L’eterno secondo” potrà pensare qualcuno. Eterno e basta, dico io.
Una “scelta”, riallacciandoci al discorso di prima, che comunque qualche momento epico glielo ha regalato. Come ad esempio quello storico scudetto che è riuscito a vincere nel 2001.
Una vittoria non paragonabile, un’unica vittoria che può sembrare misera; ma chi ama il calcio sa che non è così.
Poi la nazionale.
Anche lì un’unica vittoria, ma la più bella, la più ambita, per pochi eletti. Sì, quella memorabile Coppa del Mondo 2006, giocata e vinta nonostante il terribile infortunio che mise a rischio la sua presenza in Germania. Certo non per Marcello Lippi, che se lo portò lo stesso in terra tedesca. « Andai a trovarlo il giorno dopo, gli dissi che l’avrei aspettato, e questo lo caricò. Fece un recupero record, così, pur non al 100%, lo portai con noi, perché ero consapevole che godeva della massima fiducia dei compagni. Sapevano che, anche se non al top della forma, era importantissimo avere con loro un grande campione.»
Seppur non al top infatti, il “cielo fu azzurro sopra a Berlino” anche grazie a lui e a quel pesantissimo rigore segnato con gli “occhi della tigre” fuori tempo massimo negli ottavi di finale contro l’Australia.
Sì, un pezzo di storia l’ha scritta anche lui.
Le sue ultime apparizioni sui campi nazionali e internazionali sono state salutate con ovazioni di ammirazione da parte dei tifosi avversari. Anche questo può, deve, essere considerato un trofeo. Forse il più importante, sicuramente il più emozionante.
Ora, che il sipario sulla sua romantica carriera, è inesorabilmente calato, risuona sempre più forte quella domanda che, per più di vent’anni, si sono fatti in molti.
Cosa sarebbe stato, quanto avrebbe vinto, se avesse accettato la corte dei grandi club d’Europa, invece che dedicare in toto la propria carriera alla sua “Lupa”?
Ovviamente non lo sapremo mai.

Magari non avrebbe fatto nulla di più di quello che ha già fatto, certo è che una possibilità l’avrebbe sicuramente meritata.
Chissà, forse in un’altra vita calcistica.
Anche perché questa, l’ha già dedicata al suo unico grande amore…

La Roma.

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Gigi Potacqui
Founder di Romanzo Calcistico. Appassionato di calcio, scrittura, film e carbonara. Il calcio è molto di più...
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